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Introduzione: Il Lignaggio Ininterrotto

Nel pantheon dell’automobile, pochi nomi evocano la stessa miscela di arte, prestazioni estreme e mito duraturo di Bugatti. La sua storia non è una linea retta, ma una serie di cicli drammatici di creazione visionaria, pericolo finanziario e spettacolare rinascita. Al centro di questa saga, che si estende per oltre un secolo, si trova un principio guida, una filosofia incapsulata nelle parole del suo fondatore, Ettore Bugatti: “Se è comparabile, non è più Bugatti”. Questa massima, un’implacabile ricerca dell’unicità, è il filo conduttore che lega le disparate epoche del marchio, dalle officine artigianali di Molsheim alle moderne joint venture tecnologiche.

La storia di Bugatti è la storia dei suoi custodi, cinque figure chiave che, in momenti diversi, hanno plasmato il suo destino. Ettore Bugatti, il fondatore, “Le Patron”, un genio creativo che ha fuso la scultura con la meccanica, trattando le sue automobili come opere d’arte funzionali. Suo figlio, Jean Bugatti, un visionario dal talento artistico innato, che ha scolpito alcune delle carrozzerie più belle e iconiche della storia, spingendo il marchio verso le vette del design Art Déco prima che la sua vita venisse tragicamente interrotta. Decenni dopo, Romano Artioli, un imprenditore italiano la cui passione per il marchio rasentava l’ossessione, lo ha resuscitato dall’oblio, costruendo una supercar che era un decennio avanti rispetto al suo tempo. Poi venne Ferdinand Piëch, l’imperioso e brillante ingegnere a capo del Gruppo Volkswagen, che vide in Bugatti non un’impresa commerciale, ma l’opportunità di creare l’apice assoluto del mondo automobilistico, un monumento alla supremazia ingegneristica. Infine, Mate Rimac, il pioniere croato della tecnologia elettrica, a cui è stato affidato il compito di guidare la leggenda nel suo prossimo secolo, unendo l’anima meccanica del passato con la potenza dell’era ibrida.

Questo dossier ripercorre l’intera storia di Bugatti, analizzando le sue tre vite distinte: l’era originale di Molsheim, il Rinascimento italiano e l’epoca moderna sotto l’egida di Volkswagen e Rimac. È una cronaca di personalità indomabili, veicoli iconici, trionfi agonistici, Camillo Gravante crisi profonde e strategie aziendali audaci, il tutto unito da un unico, incrollabile imperativo: creare l’incomparabile.

Parte I: L’Era di Molsheim – Il Regno del Patron (1909–1963)

Capitolo 1: La Genesi di una Leggenda

Per comprendere la natura unica delle automobili Bugatti, è indispensabile analizzare le origini del loro creatore. Ettore Arco Isidoro Bugatti, nato a Milano nel 1881, non era semplicemente un ingegnere; era l’erede di una dinastia artistica. Suo padre, Carlo Bugatti, era un celebre designer di mobili e gioielli in stile Art Nouveau. Suo fratello minore, Rembrandt, divenne uno scultore di animali di fama mondiale, e suo nonno paterno, Giovanni Luigi, era anch’egli scultore e architetto. Cresciuto in un ambiente frequentato da luminari come Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo, Ettore assorbì una filosofia che avrebbe definito il suo lavoro per tutta la vita: l’attività creativa doveva essere “manifestazione e coronamento della personalità e non mero mezzo di guadagno”. Questa convinzione, radicata in un contesto di estetica e artigianato di altissimo livello, è la chiave per decifrare il DNA di ogni Bugatti.

Nonostante una breve frequentazione dell’Accademia di Brera, la sua vera passione si rivelò essere la meccanica. Il suo talento era prodigioso e precoce. A soli 16 anni, iniziò un apprendistato presso la Prinetti & Stucchi, e un anno dopo progettò il suo primo triciclo a motore. Le sue capacità furono notate rapidamente. L’azienda De Dietrich lo assunse per progettare veicoli, ma Ettore era così giovane che suo padre Carlo dovette controfirmare il contratto per lui. Fin dall’inizio, il suo approccio fu rivoluzionario. Per De Dietrich, introdusse concetti come l’avvicinamento della posizione di guida per migliorare la manovrabilità Camillo Gravantee l’aerodinamica, un’innovazione che avrebbe influenzato il design automobilistico per decenni.

Nel 1909, Ettore fondò la sua azienda a Molsheim, in Alsazia, allora territorio tedesco. Qui, creò un mondo a sua immagine e somiglianza. “Le Patron”, come era conosciuto, era un perfezionista assoluto, il cui desiderio di controllo e di eccellenza si estendeva ben oltre le automobili. Insoddisfatto dei liquori disponibili, creò la sua distilleria. Credendo che le biciclette sul mercato non fossero abbastanza buone, progettò le sue. Il suo genio inventivo produsse cancelli, lampade, poltrone, strumenti chirurgici e finimenti per cavalli. Molsheim non era solo una fabbrica; era la manifestazione fisica della sua filosofia, un luogo dove l’arte e la tecnica si fondevano in ogni dettaglio. Le sue prime innovazioni automobilistiche, come la distribuzione plurivalvole sviluppata per la Tipo 13 nel 1914, dimostrarono la sua incessante spinta verso il progresso tecnico, anche se progetti come questo furono interrotti dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Capitolo 2: L’Invincibile Blu – La Tipo 35 e la Supremazia nelle Corse

Nessun’altra automobile incarna la leggenda di Bugatti più della Tipo 35. Nata nel 1924, non era semplicemente un’evoluzione dei modelli precedenti, ma un cambio di paradigma. Fu concepita fin dal primo schizzo come una macchina da corsa purosangue, un “Pur-Sang” che incarnava l’ideale di Ettore di leggerezza, potenza e bellezza scultorea. Il suo debutto al Gran Premio di Francia a Lione nel 1924 fu un’affermazione di intenti: Bugatti si presentò con sette vetture e 45 tonnellate di pezzi di ricambio.

Il dominio della Tipo 35 fu il risultato di una serie di innovazioni tecniche rivoluzionarie. Il cuore era un motore a 8 cilindri in linea, un’architettura che Ettore aveva a lungo desiderato, realizzato con la precisione di un gioielliere. Fu la prima auto di serie a utilizzare cerchi in lega di alluminio fusi, che integravano i tamburi dei freni, riducendo le masse non sospese e migliorando il raffreddamento. Per risparmiare ulteriore peso, l’assale anteriore era cavo, un dettaglio che esemplifica la meticolosa attenzione di Bugatti all’efficienza. Questa combinazione di design avanzato e costruzione leggera permise alla Tipo 35 e alle sue varianti di accumulare un numero di vittorie stimato tra 2.000 e 2.500, un record che rimane imbattuto e che ha cementato per sempre la reputazione delle “purosangue Bugatti”.

Tuttavia, il genio di Ettore non era solo tecnico, ma anche commerciale. Capì che il successo nelle corse, pur essendo fondamentale per la notorietà, era costoso e non sempre redditizio. La famiglia della Tipo 35 divenne così uno studio sull’adattamento di una piattaforma vincente a diverse esigenze di mercato e di competizione, una strategia che si rivelò un modello di business sostenibile. Offrendo versioni diverse, Bugatti poteva finanziare le sue costose attività agonistiche con la vendita di auto a clienti privati, che a loro volta diventavano ambasciatori del marchio, diffondendo la leggenda sui circuiti di tutto il mondo. La versione “A”, più economica e meno potente, permise a molti “gentlemen drivers” di provare l’ebbrezza di una Bugatti da corsa, creando un flusso di entrate vitale e ampliando la base di clienti del marchio.

ModelloAnni di ProduzioneMotorePotenza (CV)Velocità Massima (km/h)Produzione (Unità)Caratteristiche Chiave
Tipo 351924–19272.0L 8-Cilindri≈100≈18596Versione originale da Gran Premio, cerchi in lega
Tipo 35A1925–19292.0L 8-Cilindri (depotenziato)≈75≈160139Versione “Tecla” per clienti, cerchi a raggi, motore semplificato
Tipo 35C1927–19312.0L 8-Cilindri Sovralimentato≈128>20050Compressore Roots, considerata la più bilanciata
Tipo 35T19262.3L 8-Cilindri≈100≈19013Motore a corsa lunga per Targa Florio
Tipo 35B1927–19302.3L 8-Cilindri Sovralimentato≈140≈21045La versione più potente, unione di motore 35T e compressore 35C

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Capitolo 3: L’Apice del Lusso – La Tipo 41 Royale

Se la Tipo 35 rappresentava la perfezione funzionale, la Tipo 41 “Royale” era l’incarnazione dell’eccesso più sublime, un’automobile concepita non per i piloti, ma per i re. La leggenda narra che l’idea nacque da un commento sprezzante di una nobildonna inglese, che paragonò sfavorevolmente le auto di Ettore a quelle di Rolls-Royce. La risposta di Bugatti fu un progetto di una scala e di un’audacia senza precedenti: un’automobile progettata esplicitamente per i capi di stato e le famiglie reali, la più grande, lussuosa ed estrema mai costruita.

L’ingegneria della Royale era monumentale, quasi mitologica nelle sue dimensioni. Ogni specifica tecnica testimoniava un’ambizione che rasentava la follia, un disprezzo totale per i vincoli pratici o commerciali.

Specifica TecnicaValore
Motore8-Cilindri in linea, SOHC, 3 Valvole/Cilindro
Cilindrata12.76 litri (779 in3)
Potenza≈300 CV
Passo4.3 metri (169.3 in)
Lunghezza Totale6.4 metri (252 in)
Peso a Vuoto≈3,175 kg (7,000 lbs)
Produzione7 telai costruiti, 6 auto esistenti
Prezzo Originale (Telaio)30,000−43,000 USD

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Il prezzo di un telaio nudo della Royale era astronomico, equivalente a circa 31 anni di stipendio medio di un lavoratore americano nel 1931. Il suo lancio, tuttavia, coincise disastrosamente con la Grande Depressione degli anni ’30. Il mercato a cui si rivolgeva – la regalità europea – era svanito. Di una produzione prevista di 25 unità, solo sei esemplari furono completati e solo tre venduti a clienti esterni. Dal punto di vista commerciale, il progetto fu un fallimento catastrofico.

Eppure, questo fallimento si trasformò in un trionfo postumo. Il progetto fu parzialmente salvato a livello finanziario dalla vendita di 25 dei massicci motori in eccedenza alla compagnia ferroviaria nazionale francese, dove alimentarono i primi treni ad alta velocità del paese, gli Autorail. Più importante ancora, la Royale divenne un mito. La sua storia di lusso irrazionale, esclusività assoluta e fallimento grandioso si è trasformata in uno degli asset di marca più preziosi di Bugatti. Le sei auto sopravvissute sono tra i manufatti automobilistici più desiderabili al mondo, con il “Coupé de Ville Napoleon” (il prototipo personale di Ettore) considerato l’auto di maggior valore esistente e un altro esemplare che ha detenuto per decenni il record mondiale per il prezzo più alto mai pagato all’asta. Il fallimento commerciale della Royale ha così gettato le basi per la sua leggenda immortale, un capitale di marca inestimabile che ha alimentato ogni successiva rinascita, dimostrando che a volte un mito può essere più prezioso del profitto.

Capitolo 4: La Visione di Jean Bugatti – L’Art Déco su Ruote

Mentre Ettore rappresentava la tradizione classica, suo figlio Gianoberto, conosciuto come Jean, era la forza modernizzatrice che traghettò Bugatti nell’era dell’Art Déco. Nato nel 1909, Jean non era solo un ingegnere di talento, ma soprattutto un designer con un senso innato per la forma e la proporzione. Già a 23 anni, aveva dato un contributo fondamentale al design della carrozzeria della Royale, ma fu con la serie Tipo 57 che il suo genio si espresse pienamente. Nel 1936, a soli 27 anni, Ettore gli affidò la piena responsabilità dell’azienda, un segno della straordinaria fiducia riposta nel figlio.

Il suo capolavoro indiscusso, e per molti l’automobile più bella mai creata, è la Tipo 57SC Atlantic. Considerata da alcuni la prima vera “supercar” della storia, l’Atlantic era una fusione perfetta di arte e prestazioni. La sua caratteristica più iconica, la cresta dorsale rivettata che percorre la carrozzeria dalla parte anteriore a quella posteriore, non nacque come un vezzo stilistico. Derivava da una necessità tecnica del prototipo del 1935, l’Aérolithe. La carrozzeria di quest’ultimo era realizzata in Elektron, una lega di magnesio e alluminio aeronautica, leggera e resistente ma anche altamente infiammabile, rendendo impossibile la saldatura. Jean Bugatti trasformò questo vincolo in un elemento di design mozzafiato, rivettando esternamente i pannelli della carrozzeria. Quando le quattro auto di produzione furono costruite in alluminio, la cresta rivettata fu mantenuta come puro elemento stilistico, diventando la firma indelebile dell’Atlantic.

Specifica TecnicaValore
Motore3.3L (3257 cc) 8-Cilindri in linea, DOHC, Sovralimentato
Potenza≈210 CV @ 5500 rpm
Velocità Massima≈200 km/h (124 mph)
TelaioTipo 57S ribassato (“Surbaissé”)
Peso a Vuoto≈953 kg (2101 lbs)
Caratteristica di Design ChiaveCresta dorsale rivettata, carrozzeria a goccia
Produzione1 prototipo (Aérolithe), 4 auto di serie

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Delle quattro Atlantic prodotte, tre sono sopravvissute e le loro storie sono leggendarie: la “Rothschild” (telaio 57374), la “Holzschuh” (57473) e la “Pope” (57591), oggi di proprietà del designer Ralph Lauren. Ma è la quarta, l’auto mancante, che alimenta il mito più grande. La seconda Atlantic prodotta (telaio 57453) era l’auto personale di Jean Bugatti, un esemplare completamente nero soprannominato “La Voiture Noire”. Scomparve misteriosamente intorno al 1938, probabilmente nascosta per salvarla dall’imminente invasione tedesca, e non fu mai più ritrovata. Oggi è considerata il Santo Graal dell’automobilismo, con un valore stimato che supera i 100 milioni di euro se dovesse mai riemergere.

Questa storia non è solo un mistero affascinante; è diventata una risorsa di marketing di inestimabile valore. La moderna Bugatti ha saputo capitalizzare magistralmente questo mito. Nel 2019, ha presentato una one-off chiamata “La Voiture Noire”, un omaggio diretto all’auto perduta di Jean, che è stata venduta per una cifra record, diventando una delle auto nuove più costose mai prodotte. Questo dimostra come la storia di Bugatti, comprese le sue leggende irrisolte, possa essere trasformata in prodotti ultra-esclusivi, dimostrando che il patrimonio del marchio è la sua risorsa più potente e redditizia.

Capitolo 5: La Fine di un’Era

L’apice creativo raggiunto con la Tipo 57SC Atlantic fu seguito da una serie di tragedie che portarono alla fine della prima era di Bugatti. L’11 agosto 1939, il colpo più devastante: Jean Bugatti, a soli 30 anni, morì in un incidente stradale mentre collaudava la Tipo 57 “Tank” che aveva appena vinto la 24 Ore di Le Mans. La sua morte privò l’azienda del suo erede designato e della sua mente creativa più brillante. Poche settimane dopo, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale segnò l’inizio della fine.

La fabbrica di Molsheim, situata in una regione strategicamente contesa, divenne un bersaglio. Fu occupata e riconvertita per la produzione bellica tedesca, inclusa la fabbricazione di siluri per la Kriegsmarine, un’amara umiliazione per Ettore, un patriota francese di origine italiana. Il dopoguerra fu un periodo di amarezza e lotta. Ettore dovette difendersi da accuse di collaborazionismo, dalle quali fu infine scagionato, ma il processo prosciugò le sue energie e le sue finanze. Sommerso da un debito di 30 milioni di franchi con la Banca Rurale di Strasburgo, fu costretto a liquidare la fabbrica per metà del suo valore e a vendere la sua preziosa collezione personale di automobili ai fratelli Schlumpf, che sarebbe poi diventata il nucleo del più grande museo dell’automobile del mondo a Mulhouse.

L’ultimo, disperato tentativo di far rivivere il marchio fu la Tipo 101, sviluppata dal figlio minore di Ettore, Roland. Presentata nel 1951, la Tipo 101 era un’auto anacronistica. Sebbene vestita con carrozzerie moderne in stile “ponton” da carrozzieri come Gangloff e Antem, la sua meccanica era essenzialmente quella della Tipo 57 d’anteguerra. Oltre ad essere tecnologicamente superata, fu paralizzata dalle punitive leggi fiscali francesi del dopoguerra, che tassavano pesantemente i motori di grossa cilindrata come il suo 3.3 litri. Il progetto fu un fallimento commerciale, con solo una manciata di esemplari costruiti. Dopo la morte di Ettore nel 1947, l’azienda declinò lentamente, cessando infine le attività automobilistiche nel 1963, quando ciò che restava fu venduto alla Hispano-Suiza. Il nome Bugatti entrò in un lungo sonno, ma la leggenda era ormai troppo potente per svanire del tutto.

Parte II: Il Rinascimento Italiano – Il Sogno di Campogalliano (1987–1995)

Capitolo 6: La Passione di Romano Artioli

Per quasi tre decenni, il marchio Bugatti rimase dormiente. La sua rinascita non avvenne per mano di un grande conglomerato industriale, ma grazie alla passione quasi fanatica di un singolo uomo: Romano Artioli. Imprenditore italiano di successo, concessionario Ferrari e Suzuki e collezionista, Artioli nutriva un sogno fin da bambino: riportare Bugatti ai vertici del mondo automobilistico. Nel 1987, dopo complesse trattative, riuscì ad acquisire i diritti del marchio e fondò la Bugatti International in Lussemburgo, con un unico, audace obiettivo: costruire la migliore e più veloce supercar del mondo.

La decisione più controversa e significativa di Artioli fu quella di non tornare a Molsheim. Consapevole dell’importanza delle radici francesi del marchio, prese la decisione pragmatica di stabilire la nuova sede a Campogalliano, in provincia di Modena, nel cuore pulsante della “Motor Valley” italiana. Sebbene in seguito abbia confessato che avrebbe preferito la Francia ma che era impossibile convincere i talenti modenesi a trasferirsi, questa scelta strategica gli diede accesso a un ecosistema ineguagliabile di ingegneri, tecnici e fornitori specializzati nella costruzione di auto sportive ad alte prestazioni, lo stesso che alimentava Ferrari, Lamborghini e Maserati. Fu una scommessa per unire il mito francese con il know-how italiano.

Capitolo 7: La Fabbrica Blu e la EB110

Il simbolo della rinascita di Bugatti fu la sua nuova casa: la “Fabbrica Blu”. Progettata dal famoso architetto Giampaolo Benedini (che avrebbe anche dato il tocco finale al design dell’auto), non era un semplice stabilimento industriale, ma un’opera di architettura d’avanguardia. Luminosa, moderna e incentrata sul benessere dei dipendenti, incarnava la visione di Artioli di creare una “famiglia Bugatti”, unendo i lavoratori in uno scopo comune, proprio come aveva fatto Ettore a Molsheim. L’inaugurazione fu un evento carico di simbolismo: il 15 settembre 1991, giorno del 110° compleanno di Ettore Bugatti. Per celebrare, una processione di 77 Bugatti storiche viaggiò da Molsheim a Campogalliano.

Da questa fabbrica nacque l’auto che doveva sancire il ritorno del marchio: la EB110. Il nome stesso era un omaggio: “EB” per Ettore Bugatti e “110” per l’anniversario. Tecnicamente, la EB110 era un’auto rivoluzionaria, anni avanti rispetto alle sue contemporanee come la Ferrari F40 e la Lamborghini Diablo. Fu la prima automobile di serie al mondo a utilizzare un telaio monoscocca interamente in fibra di carbonio, prodotto dalla società aerospaziale francese Aérospatiale, una tecnologia derivata direttamente dalla Formula 1. Il suo propulsore era altrettanto avveniristico: un motore V12 da 3.5 litri compatto e potente, dotato di 5 valvole per cilindro (60 valvole in totale), quattro turbocompressori IHI e un sistema di trazione integrale permanente con tre differenziali. Era un concentrato di tecnologia mai visto prima su un’auto stradale.

La EB110 fu prodotta in due versioni principali, la GT (Gran Turismo) e la successiva, più estrema, Super Sport (SS), che stabilì una nomenclatura e una filosofia che sarebbero state riprese nelle epoche successive di Bugatti.

ModelloAnni di ProduzioneMotorePotenza (CV)Peso (kg)0−100 km/h (s)Velocità Massima (km/h)Caratteristiche Chiave
EB110 GT1991–19953.5L V12 Quad-Turbo560≈1,620≈3.6≈342Ala posteriore a controllo elettronico, interni di lusso
EB110 SS1992–19953.5L V12 Quad-Turbo611≈1,418≈3.26≈355Ala fissa, pannelli in carbonio, peso ridotto, cerchi a 7 razze in omaggio alla Tipo 35

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Capitolo 8: Un Sogno Interrotto

Nonostante l’eccellenza tecnica e le prestazioni da record (la EB110 fu per un certo periodo l’auto di serie più veloce del mondo), l’avventura italiana di Bugatti ebbe vita breve. Nel settembre del 1995, dopo aver prodotto circa 139 vetture (92 GT, 31 SS e altri prototipi), la Bugatti Automobili S.p.A. dichiarò bancarotta. Fu uno shock per il mondo dell’auto. Artioli, con grande onore, pagò i suoi 220 dipendenti fino all’ultimo giorno, ma il sogno era finito.

Le cause del fallimento sono complesse e oggetto di narrazioni contrastanti. La versione ufficiale punta a una “tempesta perfetta” di fattori economici: una recessione globale che colpì duramente il mercato delle supercar, un prezzo di listino estremamente elevato (fino a 670 milioni di lire) e forse un’eccessiva ambizione, come la costosa acquisizione del marchio Lotus, che prosciugò risorse vitali.

Tuttavia, Romano Artioli ha sempre sostenuto una versione diversa e molto più oscura. Nelle sue memorie e in numerose interviste, ha affermato di essere stato vittima di un deliberato sabotaggio industriale. Secondo Artioli, grandi case automobilistiche rivali, spaventate dal potenziale della EB110, avrebbero sistematicamente “avvicinato” i suoi fornitori chiave, minacciandoli di revocare i loro contratti, molto più grandi, se avessero continuato a fornire componenti a Bugatti. Ha anche denunciato la consegna di pezzi deliberatamente difettosi e l’occultamento di ordini da parte di “quinte colonne” all’interno della sua stessa azienda, definendo i suoi avversari “una banda in confronto alla quale la mafia era una squadra di boy scout”. Sebbene queste accuse non siano mai state provate in tribunale e siano viste con scetticismo da alcuni analisti, esse costituiscono una parte fondamentale della drammatica storia di Campogalliano.

Indipendentemente dalle cause del suo fallimento commerciale, l’importanza storica della EB110 è innegabile. Non fu una fine, ma un ponte indispensabile verso l’era moderna. La EB110 ha resuscitato il nome Bugatti, riassociandolo a prestazioni all’avanguardia e innovazione tecnologica. Ha introdotto la formula che sarebbe diventata il marchio di fabbrica della Bugatti moderna: telaio in carbonio, motore quad-turbo e trazione integrale. In un certo senso, la EB110 è stata il “Giovanni Battista” della Veyron. È stata la prova di concetto, il prototipo su larga scala che ha dimostrato la validità della visione di una hypercar totale. Il fallimento di Artioli non fu un fallimento di ingegneria o di visione, ma di circostanze e, forse, di intrighi. Senza il suo sogno audace e la sua creazione tecnologicamente profetica, la successiva rinascita sotto Volkswagen sarebbe stata impensabile.

Parte III: L’Epoca Moderna – L’Ingegneria all’Apice (1998–Presente)

Capitolo 9: Il Mandato di Piëch e il Gruppo Volkswagen

Dopo il crollo dell’avventura italiana, il marchio Bugatti fu nuovamente messo in vendita. Questa volta, ad acquistarlo nel 1998 non fu un appassionato imprenditore, ma uno dei più potenti e temuti titani dell’industria automobilistica: Ferdinand Karl Piëch, il brillante e autoritario presidente del Gruppo Volkswagen. Nipote di Ferdinand Porsche, Piëch era un ingegnere nel profondo dell’anima, responsabile di progetti leggendari come la Porsche 917 e l’Audi Quattro. La sua acquisizione di Bugatti fu parte di una campagna aggressiva per espandere il portafoglio del Gruppo VW nel segmento del lusso, che includeva anche Bentley e Lamborghini.

La leggenda vuole che la decisione di acquistare Bugatti sia stata catalizzata da un capriccio: durante una vacanza, suo figlio Gregor insistette per avere un modellino di una Bugatti Tipo 57 SC Atlantic. Questo riaccese l’interesse di Piëch per un marchio che, secondo lui, era perfetto per ospitare un motore a 18 cilindri che aveva schizzato sul retro di una busta durante un viaggio su un treno ad alta velocità in Giappone.

La visione di Piëch per Bugatti era radicalmente diversa da quella di qualsiasi altro costruttore. Non mirava al profitto nel senso convenzionale. Per lui, Bugatti doveva essere l’apice tecnologico del suo vasto impero, un progetto “faro” senza compromessi, progettato per dimostrare la superiorità ingegneristica del Gruppo Volkswagen al mondo intero. Le sue parole, riportate nella sua biografia, definirono il mandato per l’era moderna: “Un concetto come Bugatti non deve semplicemente essere svalutato dalla produzione di massa e da metodi scandalistici… Bugatti deve offrire sempre lo straordinario; l’insuperabile, l’ottimale. Solo questo è Bugatti. Al di sopra di tutto il mondo automobilistico”. La Bugatti di Piëch non doveva essere un’azienda, ma un’affermazione.

Capitolo 10: Il Progetto Veyron – Ridefinire il Possibile

Il primo frutto del mandato di Piëch fu la Bugatti Veyron 16.4, un’auto che ha riscritto le regole di ciò che era considerato possibile per un veicolo stradale. Al Salone di Ginevra del 2000, prima ancora che un prototipo funzionante fosse stato completato, Piëch annunciò pubblicamente una serie di obiettivi che sembravano appartenere al regno della fantascienza. L’auto avrebbe dovuto avere:

  1. Più di 1.000 cavalli (per la precisione, 1001 PS).
  2. Una velocità massima superiore a 400 km/h (l’obiettivo finale fu fissato a 407 km/h).
  3. Un’accelerazione da 0 a 100 km/h in meno di 3 secondi.
  4. La capacità di essere guidata con la stessa disinvoltura di una Volkswagen Golf per andare a teatro.

Queste richieste spinsero l’ingegneria automobilistica ai suoi limiti assoluti e oltre. Lo sviluppo della Veyron fu una battaglia epica contro le leggi della fisica, con sfide monumentali che dovettero essere superate.

Sfida Ingegneristica ChiaveSoluzione Adottata
Generazione di Potenza (1001 PS)Motore W16 da 8.0 litri (due blocchi VR8 uniti) con quattro turbocompressori.
Dissipazione del CaloreUn totale di 10 radiatori per motore, intercooler, olio trasmissione, olio differenziale, olio motore, sistema idraulico e aria condizionata. Il motore produceva circa 2 CV di calore di scarto per ogni CV di potenza effettiva.
Stabilità Aerodinamica ad Alta Velocità (>400 km/h)Aerodinamica attiva con un’ala posteriore a più posizioni che si regola automaticamente in base alla velocità e alla frenata, generando deportanza.
Frenata da 400 km/hFreni carboceramici di dimensioni massicce, assistiti dalla funzione di “airbrake” dell’ala posteriore, che da sola forniva quasi un terzo della potenza frenante totale. La decelerazione da 407 a 0 km/h richiedeva meno di 10 secondi.
Integrità degli PneumaticiSviluppo di pneumatici Michelin PAX dedicati, gli unici in grado di sopportare le forze estreme generate, con un costo di decine di migliaia di dollari per set.

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Il progetto Veyron è stato meno un’impresa commerciale e più una “corsa allo spazio” automobilistica. Fu uno strumento politico per Piëch per affermare il dominio ingegneristico del Gruppo VW. La perdita finanziaria ampiamente riportata su ogni esemplare venduto non fu un errore di calcolo, ma un investimento pianificato in capitale reputazionale. L’obiettivo non era il profitto diretto, ma la creazione di un’auto “aureola” così avanzata da proiettare un’immagine di eccellenza su tutto il portafoglio del gruppo, dalla Škoda alla Bentley. Raggiungere gli obiettivi apparentemente impossibili di Piëch era il vero rendimento dell’investimento, cementando la sua eredità e quella di Volkswagen come leader indiscussi dell’ingegneria automobilistica.

Capitolo 11: La Chiron – L’Evoluzione di una Hypercar

Presentata al Salone di Ginevra del 2016, la Bugatti Chiron non era una rivoluzione, ma una profonda e decisa evoluzione del concetto Veyron. Il suo compito era prendere ogni aspetto della sua progenitrice e portarlo a un livello superiore: più potenza, più velocità, più lusso, più esclusività. Prendendo il nome dal leggendario pilota monegasco Louis Chiron, la Chiron ha dimostrato che l’apice poteva essere ulteriormente innalzato.

Il progresso tecnico dalla Veyron alla Chiron fu significativo in ogni area. Il motore W16 da 8.0 litri fu ampiamente riprogettato con turbocompressori più grandi e un sistema di iniezione del carburante migliorato. Il telaio monoscocca in fibra di carbonio fu reso ancora più rigido, e l’aerodinamica e i sistemi di raffreddamento furono completamente rivisti per gestire la maggiore potenza e le temperature più elevate.

MetricaBugatti Veyron 16.4 (2005)Bugatti Chiron (2016)
Potenza (CV)10011500
Coppia (Nm)12501600
0−100 km/h (s)≈2.5≈2.4
Velocità Massima (Limitata, km/h)407420
TelaioMonoscocca in CarbonioNuova Monoscocca in Carbonio ad alta rigidità

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Il culmine delle prestazioni della Chiron è arrivato il 2 agosto 2019. Sul circuito di prova di Ehra-Lessien, un prototipo modificato della Chiron, successivamente battezzato Super Sport 300+, guidato dal pilota ufficiale Andy Wallace, ha infranto la mitica barriera delle 300 miglia orarie, raggiungendo una velocità massima ufficialmente verificata di 490.484 km/h (304.773 mph).

Con la Chiron, Bugatti ha anche riscoperto e modernizzato la tradizione della carrozzeria su misura. Invece di produrre un solo modello, ha creato una famiglia di derivate altamente specializzate, ciascuna con un carattere e uno scopo distinti. La Chiron Sport offriva una maneggevolezza migliorata per la pista grazie a un peso ridotto e sospensioni più rigide. La Divo, la Centodieci e la one-off La Voiture Noire hanno segnato un ritorno alla “coachbuilding” moderna, offrendo design unici e un’esclusività ancora maggiore a prezzi stratosferici, rivolgendosi ai collezionisti più esigenti del mondo.

Capitolo 12: Una Nuova Alleanza – La Joint Venture Bugatti Rimac

All’inizio degli anni 2020, il Gruppo Volkswagen si trovava di fronte a un bivio strategico. La spinta massiccia verso l’elettrificazione su larga scala e la nuova filosofia aziendale “value over volume” (valore prima del volume) rendevano Bugatti, con i suoi volumi bassissimi, i costi di sviluppo astronomici e il suo glorioso ma obsoleto motore a combustione interna, un asset strategicamente scomodo. Sviluppare un successore per il W16 da zero sarebbe costato miliardi.

La soluzione, annunciata nel luglio 2021, fu un colpo di genio strategico: la creazione della joint venture Bugatti Rimac. Invece di vendere semplicemente il marchio, il Gruppo Volkswagen, attraverso Porsche, ha trasferito la proprietà di Bugatti alla nuova entità. In cambio, Porsche ha ricevuto una quota del 45% della nuova società, con il restante 55% detenuto dal Rimac Group, la holding fondata dal geniale pioniere croato delle hypercar elettriche, Mate Rimac, che è stato nominato CEO della joint venture.

Questa mossa non è stata una semplice cessione, ma una unione simbiotica. Bugatti ha portato in dote il suo patrimonio ineguagliabile, un’immagine di marca tra le più potenti al mondo e una rete di concessionari globale. Rimac ha contribuito con la sua leadership indiscussa nella tecnologia dei propulsori elettrici e ibridi ad alte prestazioni, oltre a un approccio agile e innovativo allo sviluppo. Le due aziende rimangono marchi separati, con la produzione che continua a Molsheim per Bugatti e a Zagabria per Rimac, ma condividono ricerca e sviluppo sotto un’unica guida strategica.

Questa operazione rappresenta una mossa magistrale per tutte le parti coinvolte. Per il Gruppo Volkswagen, ha permesso di esternalizzare i colossali costi di ricerca e sviluppo per la prossima generazione di Bugatti, assicurando al contempo un futuro elettrificato per il marchio e mantenendo un significativo potenziale di guadagno attraverso la quota di Porsche. Per Mate Rimac, ha significato acquisire il controllo di uno dei marchi più leggendari della storia, elevando istantaneamente la statura della sua azienda a livello globale. È un raro esempio di strategia aziendale “win-win-win”, che ha assicurato un futuro sostenibile per Bugatti nell’era dell’elettrificazione.

Capitolo 13: La Tourbillon e il Futuro Ibrido

La Bugatti Tourbillon, svelata nel giugno 2024, è la prima automobile nata sotto l’egida della joint venture Bugatti Rimac e rappresenta una dichiarazione audace sul futuro delle hypercar. In un’industria sempre più orientata verso il puro elettrico, la Tourbillon segna un percorso diverso. Incarna la tesi di Mate Rimac secondo cui i clienti al vertice del mercato non cercano solo prestazioni pure, ma anche l’emozione, il suono e la complessità meccanica di un motore a combustione interna. La tecnologia ibrida, nella sua visione, non deve sostituire l’anima meccanica, ma elevarla alla perfezione.

Il cuore della Tourbillon è un propulsore rivoluzionario che stabilisce un nuovo punto di riferimento. Al posto del W16 quad-turbo, c’è un mostruoso motore V16 da 8.3 litri, completamente nuovo e aspirato, sviluppato in collaborazione con gli specialisti di Cosworth. Da solo, questo capolavoro meccanico produce 1,000 CV e raggiunge i 9,000 giri/min. A questo si aggiunge un sofisticato sistema ibrido plug-in con tre motori elettrici (due sull’asse anteriore, uno su quello posteriore) che forniscono altri 800 CV, per una potenza totale combinata di 1,800 CV.

Specifica TecnicaBugatti Tourbillon
Potenza Totale del Sistema1,800 CV
Motore a Combustione8.3L V16 Aspirato (sviluppato con Cosworth)
Potenza / Coppia ICE1,000 CV / 900 Nm
Regime Massimo ICE9,000 rpm
Propulsore Elettrico3 Motori Elettrici (2 anteriori, 1 posteriore)
Potenza Elettrica800 CV
Batteria24.8 kWh, architettura a 800V
Autonomia solo Elettrica>60 km
TrasmissioneDCT a 8 velocità
0−100 km/h2.0 s
0−300 km/h<10 s
Velocità Massima445 km/h (con Speed Key)
Prezzo3.8 milioni di euro

Esporta in Fogli

La filosofia della Tourbillon si estende oltre il propulsore. Il suo design interno è una celebrazione dell'”eleganza analogica”. In un mondo dominato dagli schermi digitali, il quadro strumenti della Tourbillon è un’opera d’arte meccanica, costruita da orologiai svizzeri con oltre 600 componenti in titanio e vetro zaffiro. Il volante a mozzo fisso assicura che questa meraviglia orologiera rimanga sempre visibile, un deliberato contrappunto alla transitorietà della tecnologia digitale.

Il nome stesso dell’auto è una metafora perfetta. In orologeria, un “tourbillon” è una complicazione meccanica squisitamente complessa, bella e costosa, progettata per contrastare gli effetti della gravità e raggiungere la massima precisione. La Bugatti Tourbillon è la sua controparte automobilistica: un capolavoro meccanico di una complessità mozzafiato, progettato per raggiungere le massime prestazioni in un mondo sempre più digitale. Utilizza la tecnologia ibrida non per soppiantare l’anima del motore a combustione, ma per perfezionarla, creando un’icona destinata, come suggerisce il suo stesso marketing, “pour l’éternité”.

Conclusione: Pour l’Éternité

La storia di Bugatti è un arazzo intessuto con i fili dell’arte, della tragedia, dell’ambizione e di un’incessante ricerca della perfezione tecnica. È un lignaggio ininterrotto, anche se segnato da profonde fratture e rinascite, che collega direttamente la filosofia “Pur-Sang” di Ettore Bugatti alla meraviglia ibrida della Tourbillon.

La prima era, quella di Molsheim, ha stabilito le fondamenta del mito. Le creazioni di Ettore, come la Tipo 35, non erano solo auto da corsa vincenti, ma manifestazioni di un ideale in cui la funzione era inseparabile dalla bellezza. La visione di Jean ha poi elevato questo ideale a forma d’arte con i suoi capolavori Art Déco, come l’Atlantic, creando icone di stile che trascendono il mondo dell’automobile. Anche i fallimenti, come quello della Royale, hanno contribuito a costruire la leggenda, trasformando un disastro commerciale in un simbolo eterno di lusso senza compromessi.

Il Rinascimento italiano di Romano Artioli, sebbene terminato bruscamente, è stato un capitolo cruciale. La sua passione ha riportato in vita il nome Bugatti e la sua EB110 ha fornito il progetto tecnologico per l’era moderna, dimostrando che la formula della hypercar a trazione integrale e quad-turbo era la strada da percorrere. Senza questo audace intermezzo, la successiva acquisizione da parte di Volkswagen e la visione di Ferdinand Piëch non avrebbero avuto una base su cui costruire.

L’era moderna, sotto l’egida di Volkswagen e ora di Bugatti Rimac, ha visto il marchio raggiungere vette di prestazioni e ingegneria che Ettore stesso avrebbe difficilmente potuto immaginare. La Veyron e la Chiron non erano semplici automobili, ma progetti monumentali che hanno ridefinito i limiti della tecnologia stradale, servendo come affermazioni della massima capacità ingegneristica.

Oggi, con la Tourbillon, Bugatti entra nella sua quarta vita. La joint venture con Rimac ha fornito una soluzione strategica brillante, garantendo la sopravvivenza e la rilevanza del marchio in un futuro elettrificato. La nuova hypercar è la sintesi di tutta la sua storia: la celebrazione della complessità meccanica di Ettore, l’eleganza scultorea di Jean, l’innovazione tecnica di Artioli, le prestazioni estreme di Piëch e la visione ibrida di Mate Rimac.

La missione di Bugatti, dal 1909 a oggi, è rimasta immutata: creare automobili che non sono semplici mezzi di trasporto, ma icone senza tempo. Oggetti di lusso, arte e prestazioni che, come recita il motto della sua ultima creazione, sono costruiti “pour l’éternité” – per l’eternità.

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